Restituire tempo al pensiero

Massimo Berlingozzi: 8 febbraio 2021

La provocazione è chiara, l’immagine parla da sé. Da molto tempo ormai penso con preoccupazione a questa situazione. I dati relativi alla capacità media di attenzione e concentrazione sono allarmanti, e ancor più impressionanti quelli che riguardano l’analfabetismo funzionale: persone in grado di leggere le singole parole ma incapaci di comprendere il significato di un testo di media complessità, come un articolo di giornale. Situazione che riguarda quasi un italiano su tre (28%). Mi ha fatto piacere quindi leggere l’accorato appello del ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, pubblicato ieri su alcuni quotidiani: “Ragazzi, leggete. Gli schermi vi divorano, i libri vi nutrono”.

In una stagione in cui le macchine minacciano di sostituire l’uomo in molti campi, è doveroso chiedersi in cosa è insostituibile l’intelligenza umana? Cosa se non il pensiero, ragione per cui è nato il linguaggio?

Il filosofo americano John Searle, noto per i suoi studi sulla “filosofia della mente”, sostiene che una macchina può essere in grado di “simulare” un comportamento intelligente, ma non per questo la si può definire realmente intelligente. Pensare e simulare sono due attività completamente diverse. La macchina si limita ad applicare istruzioni o regole, per quanto complesse, senza comprendere nulla di quanto sta facendo. Dispone solo di una competenza “sintattica” nel combinare simboli, non possiede invece una competenza “semantica”, indispensabile per attribuire un significato ai simboli su cui sta operando. Pensare, secondo Searle, in quanto esperienza cosciente, vissuta dal soggetto, è quindi una attività irriducibile a qualsiasi altra forma che non sia legata all’esperienza cosciente dell’essere umano.

Ma questa preoccupazione, per chi era capace di guardare lontano, era già presente molti anni fa. C’è un passaggio profetico, che rievoca i romanzi distopici di Orwell e Huxley, nella premessa di un libro del 1985 di Neil Postman, Divertirsi da morire, quando internet era un privilegio per pochi specialisti:

“Aspettavamo tutti il 1984. Venne, ma la profezia non si avverò… fummo risparmiati dagli incubi di Orwell.  Avevamo dimenticato un’altra visione meno infernale e nota di quella di Orwell ma altrettanto raggelante. Quella del Mondo nuovo di Aldous Huxley. Orwell aveva immaginato il Grande Fratello, nella visione di Huxley non sarà un supremo dittatore a toglierci l’autonomia e la cultura. La gente sarà felice di essere oppressa e adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare. Orwell temeva che i libri sarebbero stati banditi; Huxley, non che i libri fossero vietati, ma che non ci fosse più nessun desiderio di leggerli. Orwell temeva coloro che ci avrebbero privati delle informazioni; Huxley, quelli che ne avrebbero date troppe, fino a ridurci alla passività e all’egoismo. Orwell temeva che la nostra sarebbe stata una civiltà di schiavi; Huxley, che sarebbe stata una cultura cafonesca, ricca solo di sensazioni e bambinate. Libertari e razionalisti – sempre pronti ad opporsi al tiranno – non tennero conto che gli uomini hanno un appetito pressoché insaziabile di distrazioni. In “1984” la gente è tenuta sotto controllo con le punizioni; nel Mondo nuovo, con i piaceri… La cosa che affliggeva la gente del Mondo nuovo non era ridere anziché pensare, ma non sapere per cosa ridessero e perché avessero cessato di pensare”

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