Racconti

 

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India

Massimo Berlingozzi

Mattino. Colori soffusi, odori intensi, fiori che galleggiano sull’acqua, teli bagnati, pelle scura, occhi neri, sguardi che ti attraversano, maestosi, terribili, eterni: Benares!
Sono seduto su una scalinata di pietra, gradini antichi, consumati dal tempo, levigati da milioni di passaggi; guardo il Gange, ancora in India, vent’anni dopo.
Non è cambiato nulla, l’India è un ventre profondo che avvolge ogni cosa. Duecento anni di dominazione inglese, cosa è rimasto? Le rotaie dei treni? Certo, ma sopra quelle interminabili sbarre di ferro tutto si muove come sempre, si nasce e si muore, si ama e si soffre in modo completamente diverso dal nostro. Il ventre profondo digerisce tutto, come la foresta. Tutto scompare e tutto rinasce, sempre uguale e sempre diverso. Labirinto, spirale senza fine, rito immutabile ed eterno. I turisti, oggi come ieri, sono un inutile orpello, un piccolo accidente. I barconi scivolano piano, stracolmi di pellegrini, sari colorati si riflettono nell’acqua, tutto si muove lento tra i vapori delle prime ore del mattino. Gli uomini e le donne continuano le loro abluzioni millenarie, non c’è distinzione di sesso, i corpi s’immergono nelle acque sacre, le mani si levano al cielo: “Ganga Ma ki jai!”.

Sono di passaggio, in viaggio per lavoro. Ho lasciato i miei abiti da manager in hotel. Ho indossato un paio di pantaloni di tela chiara e una maglietta. Basteranno questi semplici indumenti? Basterà questa deviazione di pochi giorni per rivivere la magia di allora?

Dicembre 1980. A Roma ci aspettava Salvatore, un amico comune originario di un paese dell’Irpinia. Ci stringemmo in sei nella sua piccola casa. Mancava una settimana a Natale. Allora l’India era poco più che un sogno: la favola di Mowgli e di Rikki Tikki Tavi nei libri dell’infanzia; Oriente per definizione nell’immaginario di un gruppo di giovani cultori dello yoga. Erano anni di ricerca, la voglia di viaggiare e sperimentare era forte. Ci accompagnava una grande passione e una sorta d’ingenuo candore. La sera prima della partenza ripercorremmo sulla carta l’itinerario del nostro viaggio lungo il Gange – da Benares fino alle sorgenti – e riordinammo il materiale comune. A un certo punto Salvatore, che non poteva partire con noi, cambiò argomento e ci raccontò del terremoto. Non era passato ancora un mese e quella terribile scossa se la portava ancora dentro.

Il giorno seguente una Nuova Delhi brulicante di vita, immersa nel suo traffico febbrile, accolse i nostri sguardi stupiti. Non accadde nulla di particolare durante i primi giorni. Avevamo l’ambizione di incontrare l’India nella sua dimensione quotidiana, evitando i luoghi frequentati dal turismo e i facili esotismi. Ma l’India non riservava per noi nulla di “quotidiano” e già la visita a Old Delhi ci sconvolse. Decidemmo allora di rompere gli indugi e partimmo per Benares. La città santa sul Gange, meta dei pellegrinaggi di milioni di induisti, il luogo dove si celebra il rito di passaggio tra la vita e la morte, non ammette compromessi, è India profonda. E là, in quel luogo senza tempo, il nostro viaggio iniziò a mutare. Io abbandonai presto la macchina fotografica, vissuta colpevolmente come inutile orpello, e presi a girare con lapis e taccuino alla maniera dei vecchi viaggiatori. Cominciammo anche a dividerci: Luigi, il più vecchio del gruppo, restava spesso in albergo perché aveva bisogno di tempo per pensare; Ermanno, che pure a casa era un solitario, aveva ripreso le sue abitudini, così sempre più spesso mi ritrovavo in compagnia di Sofia e Giuseppe. Sulla carta erano una coppia ma, forse per le stranezze di quegli anni, non volevano darlo a vedere. Giuseppe, alto, magro, con una folta barba, era un asceta. Calmo, silenzioso, riflessivo, incurante del cibo e del sonno. Sofia, piccola, esile, curiosa, aveva un’energia inesauribile e una disponibilità disarmante verso gli altri. Insieme amavamo perderci nei vicoli più nascosti di Benares, fare incontri casuali, attingere a un caleidoscopio di vite che rendeva vano ogni tentativo di ricomposizione. Passarono così, in quell’atmosfera insieme magica e terribile, dieci giorni. Partimmo quindi alla volta di Rishikesh. Ci attendevano due giorni e due notti in treno. Ancora non sapevamo che il viaggio in India è esodo, migrazione. Nelle stazioni gremite di folla l’assalto ai treni è una pagina da cinegiornale d’altri tempi. E’ impossibile evitare il contatto fisico, isolarsi, bisogna immergersi nella marea umana, lasciarsi trasportare. All’inizio lo sbandamento è lieve, ma col tempo il povero Io occidentale vacilla, incapace di ritrovare il suo centro. Il richiamo è potente, ancestrale, la massa indistinta attira la sua preda e l’individuo, piano piano, si dissolve. In nessun luogo come in India l’uno è il tutto e il tutto è l’uno. Risalendo verso le montagne il Gange abbandona la carnalità viscerale di Benares, la luce si fa strada, l’acqua disegna bellissime anse color verde bottiglia, l’aria è pulita. Rishikesh, per i viaggiatori cresciuti tra le pagine di Siddharta e de I vagabondi del Dharma, è tra i luoghi più amati; antico centro spirituale, accoglie monasteri, scuole di yoga e Sadhu che vagano per le strade. Il pellegrinaggio dei Beatles, nel 1968, all’aschram di Maharishi Mahesh Yogy, consacrò questo luogo nell’immaginario di una generazione alla ricerca di una nuova spiritualità, e la “meditazione trascendentale” sembrava la risposta. Poco importa che la cronaca di quel viaggio narri particolari tutt’altro che edificanti, i miti sopravvivono incuranti dei fatti. Il periodo che trascorremmo a Rishikesh fu il più tranquillo e sereno del nostro viaggio. Alloggiavamo in un piccolo resort vicino al fiume. Durante il giorno facevamo lunghe passeggiate con soste improvvisate negli ashram ma anche nelle case, incontrando gente curiosa e ospitale, mischiando spiritualità e vita domestica. Ci raccontarono che tra gli eremiti che vivevano sulle montagne c’erano anche degli occidentali. Appartenevano a una “avanguardia spirituale”, disposta alle scelte più radicali, arrivata sul finire degli anni sessanta. Alcuni di loro, passato un certo periodo, ripresero la vita normale, qualcuno pare fosse impazzito, di altri col tempo si persero le tracce, come testimoniavano le foto ingiallite spedite dai parenti appese ai muri dei diversi consolati. Prima di partire andammo a trovare una donna tedesca che viveva da molti anni in una grotta sulle colline, Sofia si diede molto da fare per organizzare quell’incontro. Di quella visita ricordo il suo sguardo, due occhi chiarissimi persi nel nulla, e la grata di protezione all’ingresso della grotta: “Perché di notte passano le tigri.”

L’acqua del Gange scorre lenta e inesorabile. Nel flusso della corrente si formano con regolarità piccoli gorghi. Il respiro del fiume è calmo, ipnotico, assorbe i miei pensieri. Uno sciame di voci mi distoglie dal flusso dei ricordi. E’ una famiglia che sfila al mio fianco, sopra le loro teste intravedo una barella di tela. Laggiù, in riva al fiume, sembra tutto pronto. Sono benestanti, hanno legna a sufficienza per non lasciare i poveri resti in pasto ai coccodrilli. La pira di legno viene accesa, m’incanto ad ammirare le fiamme, ma ai primi sbuffi di fumo il mio sguardo torna all’antico viaggio: un vecchio bus sgangherato si arrampica a fatica sulle rampe scavate nel fianco della montagna. Centinaia di metri più in basso scorre il fiume. La vecchia corriera si sporge paurosamente nel vuoto a ogni tornante, di tanto in tanto s’intravede, giù in fondo, la carcassa di un mezzo meccanico: “Ci vuole fede per salire la montagna.”  In India la fisiologia umana, quella spirituale e del territorio si compenetrano, si confondono. Coerenti a questa visione risalivamo il fiume, come lungo il cammino dei chakra, verso forme sempre più sottili di energia, e ci apprestavamo all’ultimo balzo. In inverno nessuna delle tre sacre sorgenti è raggiungibile, ma noi decidemmo di spingerci comunque fino a Joshimat perché là avremmo potuto ammirare il Nanda Devi, la montagna sacra da cui nasce il Gange. Partimmo da Rishikesh alle primissime luci  dell’alba con un autobus carico all’inverosimile. Gli abitanti dei villaggi sulle montagne risalgono alle loro case trasportando ogni ben di dio: caprette, anatre e galline. Durante le soste uno di noi a turno doveva salire sul tetto per controllare che gli zaini non sparissero. Molti degli indiani che intraprendono questi viaggi non sono abituati ai mezzi meccanici e quasi tutti stanno male. Ma non fanno tante storie, aprono il finestrino, quando ci riescono, e liberano lo stomaco, poi con la manica della giacca si puliscono la bocca e tornano a parlare col vicino. A sera, quando il sole era ormai tramontato e il nostro bus percorreva gli ultimi chilometri, tirai fuori dallo zaino una pila frontale e, dopo averla indossata, cominciai ad armeggiare tra le mie cose. Per me si trattava di un gesto naturale, ma un attimo dopo mi trovai circondato dagli ultimi passeggeri di quel viaggio che mi osservavano estasiati come se avessero visto un extraterrestre. Ciascuno di loro pretese di indossare a turno la magica lampada, per esplorare, tra le urla festanti dei compagni, gli angoli più riposti di quella sgangherata corriera. Intanto, a ogni curva, un liquido innominabile scorreva tra i nostri piedi. Joshimat, piccolo avamposto umano d’alta montagna, era allora poco frequentato dal turismo. In inverno non c’erano neppure i pellegrini diretti a Badrinath. Trovammo a fatica alloggio in una casa. La notte faceva freddissimo. Dormivamo vicini, sotto coperte di lana simili a tappeti, più ruvide di sacchi di juta. Nei giorni che seguirono utilizzammo ogni mezzo disponibile per spingerci in alto ad ammirare il Nanda Devi e le altre cime del Garwal, belle e inaccessibili nel blu perfetto del cielo invernale. Durante uno di questi tragitti conoscemmo Amal, un giovane intraprendente che aspirava alla professione di guida. Ci propose una gita, in una zona remota e poco battuta, per incontrare i “Baba”, saggi eremiti che vivono in grotte isolate sulle montagne. Si trattava di un’escursione molto impegnativa che avrebbe richiesto un paio di giorni di preparazione. Amal non mentiva. Ermanno e Luigi, che decisero di declinare l’invito, si risparmiarono cinque ore di buche in auto, più altrettante ore di sentiero.

Raggiungemmo le grotte dei Baba all’imbrunire. Un segnale luminoso fu la prima cosa che scorgemmo uscendo dal fitto della vegetazione: un uomo, avvolto in una pesante coperta di lana, ci attendeva ai bordi di una radura dondolando stancamente una lampada a petrolio. Non disse nulla, si limitò a indicarci la direzione con un cenno del capo. Lo seguimmo facendoci strada tra ciuffi d’erba alta spazzati dal vento. Sul lato opposto, alle pendici di un versante più ripido, s’intravedeva il bagliore dei fuochi. Giunti in prossimità delle grotte ci arrampicammo su un ripido sentiero che conduceva direttamente verso un ingresso: uno stretto tunnel scavato nella roccia nel quale bisognava procedere piegati per non battere la testa. Una volta all’interno la nostra guida ci fece sedere su un vecchio tappeto posto al centro della sala. Finalmente rilassato cominciai a guardarmi attorno e solo gli sguardi, prima esterrefatti poi ammiccanti, di Sofia e Giovanni mi convinsero di non essere vittima di allucinazioni: la volta della grotta brulicava di migliaia di scarafaggi che inspiegabilmente non scendevano mai a terra. Ma non ci fu tempo per la meraviglia perché un attimo dopo da un ambiente adiacente entrarono tre persone che si sedettero di fronte a noi. Amal scambiò qualche parola sottovoce con uno di loro. Quello che a giudicare dall’atteggiamento sembrava essere il loro capo si sedette al centro. Era un uomo decisamente alto per essere un indiano, con una folta barba e lunghi capelli raccolti in una sorta di turbante. I suoi gesti erano lenti, misurati, composti. Il suo sguardo, per quanto intenso e rilassato, non si lasciava mai andare a un vero sorriso. Impossibile attribuirgli un’età. Venne servito del tè che bevemmo avidamente per la sete e la stanchezza accumulata. La conversazione si avviò molto lentamente. Solo l’uomo al centro prese la parola. Ci chiese del nostro viaggio e della nostra provenienza. Volle conoscere le nostre impressioni su Rishikesh e Benares. Parlammo poi del Sole, della Luna e del Grande Fiume. Ci sembrò una persona di buona cultura che in un periodo della sua vita aveva sicuramente viaggiato. Ma nessuno di noi avrebbe potuto immaginare la domanda che ci rivolse sul finire di quell’incontro: “Ho saputo di un terremoto recente nel sud Italia, è vero?” E noi con una certa meraviglia confermammo la notizia.

Il sole ormai alto tinge le scalinate dei Ghat di una luce dorata. Non ricordo da quanto tempo sono fermo seduto a gambe incrociate su questo gradino di pietra. Qualcuno forse penserà a me come a uno dei tanti sciocchi occidentali in cerca di qualche misteriosa fonte di conoscenza. Potrebbe avere ragione, in fondo anch’io cosa sto cercando? Devo andare. Domani ho un aereo per Singapore, e poi credo che sia bene non illudersi, il sapore del viaggio non è più quello di allora.

Quella notte, quando uscimmo dalla grotta dei Baba, era spuntata la luna. Disegnava un orlo di luce azzurrina sulle nevi perenni del Garwal. Il resto del cielo era un mare di stelle.  Non so cosa videro i miei compagni ma io, complici la stanchezza e lo spaesamento, trattenni a stento le lacrime per lo stupore e pensai a Ciàula, il protagonista della novella di Pirandello, che uscito fuori dalla miniera scopre la luna. Molte volte mi sono chiesto in che modo arrivò fino a lassù, in quel luogo remoto e fuori dal tempo, la notizia del terremoto in Irpinia che datava non più di due mesi. Ma nessuno di noi formulò allora quella domanda, nessuno volle infrangere quel piccolo mistero. C’incamminammo veloci in discesa seguendo il sentiero che s’immergeva nel fitto della foresta. Tutto si dissolse nel silenzio dei nostri passi, nel buio profondo e immobile di quella notte lontana, nel cuore dell’India magica e millenaria.



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Emilio

Massimo Berlingozzi

«Ho osservato spesso i contadini di queste parti aggiustare le loro vecchie case, fanno sempre tutto da soli. I mezzi economici sono quelli che sono: prodotti dei campi e fatica di braccia, il lavoro produce lavoro!  Quando abbiamo ricostruito questa casa ho cercato di imitarli, ma per un “professore” prestare manodopera era considerata una stranezza, il capriccio di un bizzarro benestante.  Una cosa è certa: per quanto riguarda le risorse economiche questa casa è nata solamente sulle parole. Chissà se è più fragile?»

Qui il professor Malinverni fece una lunga pausa guardando fisso un punto nel terreno; nessuno osò intervenire. Poi riprese con un tono diverso, più riflessivo, abbandonando quell’enfasi che caratterizzava spesso i suoi interventi quando era impegnato a descrivere quell’antropologia rurale, tutta toscana, alla quale si sentiva particolarmente legato.

«Bertrand Russell in un articolo pubblicato dall’Harper’s Magazine negli anni trenta, intitolato Elogio all’ozio, sosteneva con grande semplicità e chiarezza che esistono due tipologie di lavoro: chi fa le cose direttamente e chi, mediante parole, dice ad altre persone come le devono fare. I secondi guadagnano sempre di più. Costruiamo case più rapidamente!»

Ricordo molto bene quelle parole e quando vennero pronunciate. Era il 29 luglio del 1962. In compagnia degli amici di sempre, Lucio Baldini ed Ernesto Dettori, più altri studenti e professori del Liceo Petrarca di Arezzo, eravamo saliti in Valdarno alla casa del professor Malinverni, per festeggiare il suo sessantesimo compleanno. Quelle parole non vennero pronunciate a caso ma all’indirizzo di alcuni suoi colleghi “cittadini”. Il professor Malinverni era di origini modeste e rappresentava, per l’Italia di allora, un raro esempio di chi aveva potuto studiare. A noi ragazzi concedeva spesso di fargli visita ed eravamo in molti a non farci pregare. La gita a casa Malinverni, da noi denominata “muscoli e cervello”, garantiva corse in bicicletta a rotta di collo su e giù per le colline, seguite da spericolate dissertazioni filosofiche.  La guida era un insegnante capace di dialogare con le menti acerbe, ma affamate di conoscenza, di noi studenti non ancora diciottenni.

In quella calda giornata di piena estate tra gli altri era presente Emilio, un manovale che frequentava spesso casa Malinverni. Emilio era un tipo schivo, di cui nessuno conosceva esattamente l’età. Il professor Malinverni sosteneva che quel nome era stato scelto da un lontano parente, cultore di Rousseau, che aiutò la madre quando, ancora incinta, rimase vedova. Molti lo descrivevano come impulsivo e soggetto a scatti d’ira. Non so dire quanto quelle voci fossero vere, ma con il professore si comportava sicuramente in modo diverso. Nutriva verso di lui una specie di venerazione, e la cosa risaliva a tempi lontani. Pare che, durante gli anni del fascismo, Emilio si fosse trovato più volte a mal partito; provava un’antipatia naturale nei riguardi delle camicie nere e non faceva nulla per nasconderlo. Il professor Malinverni, nonostante fosse antifascista, aveva trovato sempre il modo di aiutarlo. Le cose tuttavia precipitarono quando Emilio prese di mira un potente gerarca locale e finì in carcere. In quell’occasione il professore fu costretto a fare appello a conoscenze e a tutta la sua autorevolezza per farlo uscire, peraltro malconcio, di fatto più morto che vivo. Da allora Emilio prese a volergli bene come a un fratello. Per quanto analfabeta e solitamente taciturno, con il professore Emilio aveva un rapporto schietto. Così al termine del discorso lo avvicinò e chiese il senso di quelle parole.

«E’ un po’ come se le parole fossero mattoni», rispose il professore e continuò «Emilio, tu metti i mattoni uno dietro l’altro, così ti guadagni da vivere, noi le parole!».

«E la calce?», chiese Emilio.

«Già, la calce!  Tu mi sorprendi sempre. Beh … la calce sono parole più piccole, congiunzioni, pause, accenti, punteggiatura.» Poi ridendo aggiunse: «A volte tanto fumo.»  Emilio ascoltò attento, sembrò afferrare il concetto, non disse nulla e tornò alle sue occupazioni. Il pomeriggio continuò allegramente, tra giochi e piacevoli discussioni, ma ebbi l’impressione che in quel teatrino si fosse consumata la parte migliore di quella giornata, che finì tra i saluti e gli abbracci quando ormai il sole tramontava.

Qualche anno dopo il professore si ammalò gravemente. Da quando frequentavo l’università a Firenze mi recavo a fargli visita un paio di volte all’anno, tradizionalmente per le feste natalizie e durante il mese di agosto.  Credo che fosse novembre quando seppi del suo stato di salute e decisi di anticipare l’incontro. Andai da lui una domenica. Lo trovai seduto in veranda. All’inizio nessuno dei due fece cenno alla malattia: parlammo invece a lungo degli anni degli studi e dei miei progetti per il futuro. A un certo punto arrivò Emilio. Lo salutai con un cenno del capo ricevendo in cambio uno sguardo più lungo del solito. Conoscendolo, potevo ritenermi soddisfatto. Insieme accompagnammo il professore nella sua stanza e lo aiutammo a sedersi sul letto, Emilio si sistemò in un angolo. Una volta sul letto, il professore mi parlò della sua malattia. Lo fece nel suo stile.  Mi prese la mano e in modo semplice e diretto mi confidò che ormai gli restava poco tempo da vivere.

«Marco», mi disse ancora congedandomi, «sulla mia tomba molti porteranno fiori, ma da voi voglio parole, mi raccomando, solo parole!»

«Ci conti», affermai. Lo abbracciai e tradendo l’emozione scivolai fuori dalla stanza.

La notizia della sua morte mi raggiunse alcuni mesi dopo a Firenze, mentre ero impegnato nella preparazione della tesi. Abbandonai tutto appena mi fu possibile ma arrivai a San Giustino in Valdarno il giorno dopo il funerale. Salii in solitudine al piccolo cimitero: non portavo nulla con me a parte un foglio ripiegato tra le mani. Poche parole che, mantenendo fede alla solenne promessa, dedicavo alla memoria del nostro amato maestro. Due colonne di pietra e un vecchio cancello delimitavano l’ingresso a un grande prato attraversato da una fitta rete di vialetti ghiaiati. Varcando il cancello individuai immediatamente un angolo pieno di fiori e la terra mossa di fresco. Mi avvicinai. Una semplice lapide di marmo, appoggiata in modo provvisorio,  riportava  i  dati   essenziali:   Nicola  Malinverni  29  luglio  1902, 6 marzo 1968. Qua e là in terra, tenuti fermi da ciottoli di fiume, una decina di fogli di carta ripiegati. Li lessi uno ad uno, attentamente, prima di sistemare il mio in mezzo agli altri. Fu allora che notai un grosso mattone: lo sollevai ma non trovai nulla. Un istante fu sufficiente per ricordare tutto e quasi d’istinto mi voltai. Vicino al cancello d’entrata, appoggiato a una colonna, vidi Emilio. I nostri sguardi s’incrociarono per un attimo, dopodiché si dileguò.  Da allora non l’ho più rivisto, anche perché raramente sono tornato a San Giustino.

Sono passati venticinque anni da allora. Oggi insegno, mi occupo di letteratura e collaboro con le pagine culturali di alcuni quotidiani. Organizzo corsi, partecipo a convegni, tengo seminari. Le parole mi seguono ovunque, sono lo strumento più importante del mio lavoro e spesso, per molti, la misura delle mie conoscenze.  Eppure, mai credo di avere imparato tanto come dal rispetto che il professor Malinverni aveva per le parole e dall’uso intelligente e parsimonioso che Emilio faceva dei mattoni e della calce.



Ama Dablam Alpenglow Reflection B&W

Jet Lag *

Massimo Berlingozzi

Uno schianto secco lo svegliò bruscamente. Pochi attimi, e Lucio si ritrovò in ginocchio a cercare freneticamente la cerniera della tenda: la prontezza di riflessi ti può salvare la vita, quando cade una slavina. «O cristo!» Non c’era nessuna slavina, era a casa, a casa nel suo letto. « Che diavolo… okay, è andata». Si passò le mani tra i capelli sudati, chiuse gli occhi e soffiò forte l’aria fuori dai polmoni. Aspettò che il battito del cuore rallentasse. Ritrovata la calma, guardò l’orologio: le sette del mattino, non aveva dormito nemmeno un’ora. Una faccia sconvolta con gli occhi gonfi e i capelli arruffati lo stava osservando dallo specchio e gli sorrise beffarda. «Saigon», pronunciò allora, piano e con la voce roca. Amava le citazioni e mai come in quel momento il suo viso gli era sembrato all’altezza della situazione: Martin Sheen in Apocalypse now. Si lasciò cadere pesantemente tra le lenzuola. «Jet lag, come suona bene in inglese!».

Il medico gli aveva spiegato che era abbastanza normale. «Gli anni passano per tutti ragazzo mio, ma vedrà che non durerà a lungo». Accadeva da tre giorni oramai, da quando un aereo proveniente da New Delhi lo aveva riportato a casa dopo quaranta giorni passati tra le montagne dell’Himalaya del Garwhal. Nel tragitto in taxi verso casa, Roma gli era sembrata diversa. Il traffico quasi ordinato rispetto a quello di Delhi, la gente distratta. Il taxista, un tipo dalla parola facile, si era dilungato sugli ultimi preparativi per la Notte Bianca. Lucio non era sicuro di ricordare, comunque non aveva commentato e si era nuovamente concentrato nella lettura dei giornali, una sua vecchia mania. Già immaginava il momento in cui il giornalaio gli avrebbe consegnato il pacco dei quotidiani arretrati, per lui appositamente conservati. Le notizie principali era riuscito in qualche modo a seguirle, attraverso le radio internazionali, ma nessuno al campo base del Kedarnath Peak avrebbe potuto informarlo delle nozze di Emanuele Filiberto, o che il Bruco che aveva vinto il Palio d’agosto, oppure che Mike Bongiorno era diventato nonno. È così importante conoscere questo genere di notizie? Probabilmente no, ma questo non bastava a placare il suo desiderio.

Un tonfo sul pavimento sotto la finestra lo ridestò dai suoi pensieri. Caio non aveva più la grazia di una ballerina. Vivevano insieme da dieci anni, Lucio e il suo enorme gatto dal pelo rosso, nel bell’appartamento affacciato su Campo de’ Fiori. Erano due maschi perfettamente indipendenti. Quando Lucio viaggiava, Caio frequentava altre abitazioni – dove riusciva a rimediare il pasto giornaliero – e a Lucio andava bene così. Quanto a Caio, ma lui non lo avrebbe mai fatto capire, nessuno gli forniva la medesima qualità di cibo. Lucio osservò con un certo disappunto i libri che Caio aveva fatto cadere: provava un sottile piacere nel conservare gli ultimi acquisti vicino a sé, appoggiati direttamente sul pavimento di legno chiaro della sua camera. Si alzò allora dal letto, rimise a posto e si trascinò fino alla finestra con l’intenzione di capire che cosa lo avesse così rumorosamente svegliato, ma non vide nulla di diverso dalla solita confusione che precedeva il mercato. Tornò a sdraiarsi e con un gesto automatico cercò il pulsante dell’abat-jour. Si accese. La mattina precedente le cose erano andate diversamente. Come tutti, aveva pensato a un guasto nel suo appartamento. Constatato che non era così, pensò all’intero quartiere. In seguito apprese che riguardava tutta Roma e solo in tarda mattinata che si trattava del primo grande blackout su scala nazionale. Gli sembrarono profetiche allora le parole che suo padre, insegnante di filosofia in pensione, spesso pronunciava. «Quando il buon Dio si stancherà delle nefandezze degli uomini e scatenerà un nuovo diluvio universale, i più penseranno a un tubo rotto nell’appartamento al piano superiore». Incapace di dormire, rimase sdraiato sul letto senza fare nulla, a parte lasciar correre i pensieri e controllare di tanto in tanto l’orologio. A un certo punto raccolse da terra un piccolo libro rilegato in cuoio, lo aprì, si lasciò cadere sul petto una busta sigillata con un bollo rosso di gomma lacca e, istintivamente, l’annusò. Poche cose ti restano dentro dell’oriente come gli odori. Restò immobile ancora a lungo, percorrendo con lo sguardo la sottile rete di crepe che attraversava l’intonaco del vecchio soffitto a botte. Poi improvvisamente, come in preda a una fulminea intuizione, afferrò il telefono e chiamò un numero di Torino. Dall’altra parte del filo rispose il direttore della Rivista della Montagna.

«Ciao, Roberto. Sono Lucio, da Roma».

«Sei già tornato?».

«Sì, due giorni fa».

«Come è andata, ho saputo che…».

«Ti vengo a trovare presto, così ne parliamo con più calma».

«Okay, quando vuoi».

«Per quell’articolo che ti avevo promesso, ho ancora tempo?».

«Sì, tranquillo. Non chiudiamo lo speciale prima di… ma tu stai bene?».

«Ma sì, dai, abbastanza. Roberto… ti ho chiamato anche perché ho bisogno di un favore».

«Dimmi».

«So che tu conosci bene Fosco Maraini, mi potresti dare un suo recapito?».

«Certo, non credo che ci siano problemi, ma …».

«Perché mi serve?».

«Sì».

«È una cosa curiosa, ho incontrato un vecchio monaco a Rishikesh, dice di averlo conosciuto molti anni fa e mi ha chiesto di recapitargli una lettera».

«Ok Lucio, ti faccio avere l’indirizzo, tieni conto però che Fosco ha novant’anni e si muove raramente».

«Certo, Roberto. Ti ringrazio».

Dopo la telefonata Lucio si sentì sollevato, tornò a coricarsi e questa volta si addormentò. Di lì a poco la sua mente correva libera su un’immensa distesa di neve circondata da cime altissime e là, in quel luogo indefinito, sotto un cielo color cobalto, incontrò Ira che da lassù non era più tornato. Rivide il suo sorriso da bambino e ascoltò ancora una volta la sua voce, mentre indicava il sole, la luna e “Mother Ganga”, prima di chinarsi e bere l’acqua santa che sgorga dalla corona dei capelli di Shiva. Dormì a lungo, un sonno profondo e ristoratore. Al risveglio, verso le due del pomeriggio, si preparò qualcosa da mangiare e decise che quella sera avrebbe cenato fuori. Solo. Alle nove in punto lasciò la sua abitazione, attraversò Campo de’ Fiori e si avviò a passo svelto verso Corso Vittorio Emanuele. Entrò nel bar all’angolo con Vicolo della Cancelleria e, alle nove e dieci minuti, il suo proposito era già fallito. Non fece a tempo ad avvicinare il bicchiere di birra alle labbra che udì il suo nome quasi urlato da una specie di sosia di Antonello Venditti. «Lucio! Quanto tempo… ma no, non ci posso credere! Lucio, Lucio D-apostrofo-Amico. Ah, ah… ti ricordi di me? Piero, Piero Quaranta. Ah, ah, nemmeno all’esame di maturità fui all’altezza del mio nome, un trentasei risicato, risicato, ah, ah. Tu, eh… tu invece cinquantotto, eri tra i secchioni, vero? Ma come stai? Dai, fatti vedere». Lucio avrebbe voluto fuggire lontano. Quel vecchio compagno di scuola, che a malapena cominciava a ricordare, era l’ultima persona che avrebbe desiderato al suo fianco in quel momento, ma fece appello a tutto il suo savoir faire e rispose. «Certo che mi ricordo: liceo Mamiani, sezione B, vent’anni fa. Cosa fai da queste parti?».

«Beh, non abito lontano sai. Sto a Monteverde vecchio, e poi è dall’altra sera che giriamo, ah, ah, che forza la Notte Bianca al buio eh? E tu dove l’hai passata?».

«Sono uscito, sì. Ho fatto un giro, ma sono rientrato quasi subito».

«Che c’hai? Stai male, ah, ah. Dai, dimmi, tu dove stai?».

«Qui vicino, in Campo de’… beh no, in realtà i miei genitori abitano qui… sì insomma sono venuto a trovarli».

«Ah… e che fai di bello nella vita?».

«Insegno. Sono professore di diritto alla Sapienza”

«Sì, qualcuno me lo aveva accennato, adesso non ricordo chi…».

«E tu?».

«Mando avanti una discoteca in società con un amico, più altre cosette. Come si dice eh? Siamo in affari! Ehi, ma tu da dove arrivi che c’hai una faccia scottata dal sole e il naso rosso come un peperone?».

«Sono appena tornato da una spedizione in Himalaya».

«Himalaya? Ma che, sei matto? Ancora quella mania coi ganci e le corde come ai tempi del liceo?».

«Proprio così».

«Dai, ma vieni a sedere che ti offro un’altra birra».

Lucio seguì Piero con fare rassegnato. Ormai era chiaro che non si sarebbe liberato facilmente di quel vecchio compagno di classe. E poi non era mai stato capace d’interrompere bruscamente gli incontri, anche quelli non desiderati. Glielo impediva la sua buona educazione e una sostanziale incapacità di affrontare le situazioni conflittuali. Così ascoltò malvolentieri gli strampalati racconti di Piero e ancor più malvolentieri rispose alle sue domande. Per un attimo fu quasi tentato di raccontargli dell’incidente occorso alla spedizione catalana e della morte di Ira, che aveva ingaggiato come portatore, ma capì che non era proprio il caso e continuò a rimuginarsi dentro la sua storia. Aveva già conosciuto la morte in montagna, ma questa volta ne era uscito sconvolto. Non riusciva a darsi pace. Da alcuni anni ormai coltivava quell’amicizia, gli sembrava di essere riuscito ad abbattere tutte le barriere: la distanza, la cultura, la religione. Un dialogo sembrava possibile. Ma proprio in nome di quel dialogo era accaduto l’irreparabile: aveva portato Ira là dove di sua iniziativa non sarebbe mai andato, probabilmente nemmeno per lavoro. Era finita come quella volta a Katmandu, quando si era imbattuto in un gruppo di turisti che avevano voluto lavare e rivestire alcuni bambini di strada, per ritrovarli poi il giorno dopo con gli stracci di sempre e in più i lividi per le botte subite dai ragazzi più grandi che gli avevano sottratto i nuovi abiti. Non si spezzano certe catene, quante volte lo aveva ricordato a sé stesso? Lucio ascoltava ormai distrattamente, quando una frase raccolta da quel brusio di fondo, lo ridestò dal torpore.

«Sai che sto scrivendo un romanzo».

«Come dici, scusa?».

«Ti ho detto che ho scritto un romanzo!».

«Tu hai scritto un romanzo?».

«Già, io ho scritto un romanzo. E lo vuoi sapere perché?».

«E va bene, dimmelo».

«Oh… vedo che sei molto interessato».

«No, no, dimmi pure».

«Certo che te lo dico. Lo sai perché? Perché è l’unica possibilità di raccontare la storia di uno sfigato qualunque ed essere ascoltato da un grande pubblico».

«Ma dai…».

«No, è proprio così! Prova a pensare, se io o te scrivessimo la nostra biografia a chi potrebbe interessare eh? Invece tu la metti giù in forma di romanzo, ci infili dentro qualche espediente retorico, una weltanschauung del…».

«Una weltanschauung?».

«Perché non sai cosa significa?».

«Certo che so cosa significa», rispose piccato Lucio.

«E allora? Proprio questo! Ci metti dentro una qualsiasi visione del mondo… insomma, una visione filosofica del cazzo e il più è fatto».

«Mah! Credo che le cose siano un po’ più complicate».

«Ma vai, ecco che vien fuori mister cinquantotto. Sei il solito cacadubbi».

Fu l’atto finale del loro incontro. Lucio trovò il modo di congedarsi, non prima di aver concordato una improbabile cena per festeggiare i venticinque anni dalla fine della scuola, visto che i venti ormai erano passati. Uscì dal locale e si avviò lungo Corso Vittorio Emanuele ripensando a quello strano incontro. In genere non amava parlare di sé e tanto meno confidarsi, cosicché si stupì nel constatare quante cose quel vecchio compagno di classe fosse riuscito a fargli dire. Gli aveva perfino raccontato della fine della sua relazione con Corinne, e di come le loro vite si fossero via via allontanate per scelte professionali inconciliabili. Chi lo avesse incontrato in quel momento, fissando la sua immagine, avrebbe visto un uomo alto, magro, con la barba ben curata, camminare con lo sguardo fisso nel vuoto e l’espressione stupita. Percorse ancora qualche centinaio di metri poi rallentò, guardò l’orologio, indugiò ancora un attimo, infine decise che sarebbe tornato a casa a cucinarsi due uova.

La mattina seguente riuscì a dormire fino alle otto, l’effetto del fuso andava ormai scemando, e alle dieci chiamò Fosco Maraini. Il vecchio professore fu molto gentile al telefono, gli spiegò che sempre più raramente riceveva visite ma, vista la circostanza, e per un “collega alpinista”, avrebbe fatto volentieri un’eccezione. Si diedero appuntamento per venerdì in tarda mattinata. Lucio raggiunse Firenze in treno. Durante il viaggio cercò di mantenere a freno l’emozione. Alcuni anni prima aveva assistito a un paio di conferenze, ma incontrare faccia a faccia quell’uomo dalla vita avventurosa e straordinaria era tutt’altra cosa. Alpinista, viaggiatore, etnologo, grande fotografo e scrittore, orientalista. Fosco Maraini, padre della scrittrice Dacia, era considerato un’autorità e un punto di riferimento nel mondo alpinistico. Lucio era cresciuto leggendo i suoi libri e di quest’uomo aveva ammirato l’intelligenza lucida, ma anche la passione e il coraggio civile durante gli anni della prigionia in Giappone. Ora lo avrebbe incontrato. Arrivato a Firenze si fece condurre alla sua abitazione al Poggio Imperiale. La moglie Meiko venne ad aprire e lo accompagnò al piano superiore dove il vecchio professore lo aspettava seduto in poltrona, davanti a una parete piena di libri. L’incontro fu cordiale fin dall’inizio. Lucio quasi subito consegnò la lettera. Il professore prese la busta, se la rigirò tra le mani, sorrise, lo ringraziò e disse che l’avrebbe letta con calma più tardi. Poi, chiedendo cortesia di riporla sul suo scrittoio, aggiunse: «È un vecchio professore, studioso dei Veda. Abbiamo intrattenuto per anni una corrispondenza. Poi il tempo, la distanza … beh, si sa come vanno queste cose». Lucio cominciò a parlare della spedizione.

«L’obiettivo iniziale, che abbiamo poi dovuto abbandonare, era una meta completamente  diversa, una cima nella catena dell’Hindu-Kush. So che lei è stato su quelle montagne, e proprio con una spedizione del CAI di Roma».

«Sì, esatto, molti anni fa, nel ’59, con Aletto, Consiglio, Pinelli e altri amici. Raggiungemmo il Picco Saraghrar, una cima di 7.350 metri allora ancora inviolata».

«Ora quei posti non sono più accessibili».

«Già, ci si è messo di mezzo Bin Laden», affermò in tono scherzoso. «E adesso smettila di darmi del lei e di chiamarmi professore, tra alpinisti ci si da del tu. Raccontami della tua spedizione e chiamami Fosco».

Lucio rimase sorpreso, per quanto gli fosse nota, dall’attenzione e dalla competenza con cui il vecchio Fosco commentava il suo dire con osservazioni e domande. Poté finalmente parlare del suo amico Ira e dell’incidente in cui aveva perso la vita. Raccontò del loro primo incontro, cinque anni prima a Gaumuk, nel corso di un viaggio insieme a Corinne alle sorgenti del Gange, e di come quel rapporto si fosse trasformato in amicizia due anni dopo, durante una ricognizione leggera tra le montagne del Garwhal indiano. E infine di come la sua morte lo avesse sconvolto. Fosco allora entrò nel vivo dei suoi ricordi legati ai viaggi e alle spedizioni alpinistiche. Gli parlò di montagne e di genti lontane e poi di Cassin, di Bonatti, di Mauri, e di come anche in lui avesse incontrato la morte in montagna. Ma Lucio non si dava pace.

«Mi sono illuso», disse. «Credevo di aver superato ogni ostacolo, invece ho prodotto solamente danni. C’è una ragione per tutto questo? Riusciremo mai capirci con persone così lontane da noi?».

Fosco sorrise con quello sguardo dolce e distaccato che forse solo i vecchi sanno fare e attaccò a parlare con calma.

«Ricordo ancora il mio primo viaggio in Tibet, con Tucci nel ‘37. Allora era veramente un tuffo nel medioevo. Quando si lasciava Gantok, ai confini dell’India, si diceva addio alla civiltà e al mondo per sei mesi. Potevano essere scoppiate dieci guerre, non l’avremmo saputo. Era affascinante quel tuffo nel nulla! E il Giappone? Quaranta giorni di traversata lunga e lenta, a volte anche noiosa. Ma si vedeva tanto mondo, costumi, odori e cieli diversi, l’Egitto, Bombay, Colombo, Manila. Si viaggiava nel tempo oltre che nello spazio, la lentezza aiutava a capire. Eppure, anche allora come oggi si rischiava di rimanere imprigionati nei territori mentali della civiltà di nascita. Muraglie invisibili ma formidabili, confinano le anime all’interno di un vallo ancestrale. I doganieri lasciano passare i corpi per le esigenze di qualche viaggio, ma un viaggio, anche due, tre, che significano? Tanto il pellegrino si porta addosso la sua visione del mondo come si porta lo stomaco, i polmoni, il cuore! Egli circola, vive, conversa, magari si accoppia, serrato nella sua guaina endocosmica. Romperla davvero è uno sconquasso pari alla frattura che si produce all’interno dell’atomo al momento della fissione».

«Ma che cosa produce questo ostacolo insormontabile?».

«Io credo che l’ostacolo maggiore stia nel concetto di rivelazione. E quando parlo di questo non intendo il contenuto delle varie rivelazioni, ma proprio l’idea di rivelazione in sé. La credenza che l’assoluto di tanto in tanto si faccia vivo, invii telegrammi agli uomini. Questo tipo di rivelazione “puntuale” ha luogo in un momento del tempo, in un punto dello spazio, e riguarda solo alcuni individui. Genera privilegi e isolamento. L’assoluto il telegramma l’ha spedito a noi, non a voi!».

«E tutto questo potrà mai essere superato?».

«Sì, probabilmente sì, ma ci vorranno centinaia di anni».

«Non c’è speranza allora?».

« Molti anni fa viaggiando e ponendomi le tue stesse domande, mi sono dato una risposta.  Un no alla rivelazione puntuale, non significa per nulla un no alla rivelazione perenne, quella che l’assoluto fa di sé stesso a ogni istante, ovunque, a tutti gli uomini, a ogni cuore sensibile. Semplicemente esistere, che inaudita rivelazione, ci pensi mai? L’assoluto per chi lo vuole sentire si rivela nell’improvviso raggio di sole su di un fiore, nello stellato dopo una tempesta, nel volto dei nostri cari, nel vento tra i rami di una selva. E anche nella sofferenza, nell’orrore, nella morte; anzi quanto è più misterioso, segreto, conturbante il male, appena lo si pone vicino alla veneranda triade vero-buono-bello ».

Lucio lo guardò senza dire nulla. Quanta conoscenza declinata con semplicità e chiarezza. Quanta lucida passione nei suoi novant’anni! Si lasciarono con affetto. Lucio ringraziò Fosco per quella lunga chiacchierata e lui gli regalò una copia di Paropàmiso. Quando era già in viaggio verso Roma Lucio scoprì che quel libro era accompagnato da una dedica:

È il racconto di una spedizione di molti anni fa nelle valli abitate dagli ultimi Kafiri. Ha come titolo il nome che i soldati di Alessandro Magno diedero alle montagne che tu non hai potuto visitare: l’Hindu-Kush.

Il suo stupore si trasformò presto in divertita ammirazione: il vecchio Fosco era più informato di quanto lui avesse potuto immaginare.

Arrivato in stazione si accodò come molti altri in attesa di un taxi, ma rimase in fila solo pochi attimi, poi decise di avviarsi a piedi verso casa. Dopo giorni passati a camminare con lo zaino in spalla a cinquemila metri e oltre, gli sembrava di galleggiare nell’aria. Ma più che altro era felice di poter fare nella sua città quello che è assolutamente normale in molti paesi del mondo, dove incontri persone che camminano tranquille in direzione di mete così lontane che non è facile intuire. Arrivò in Campo de’ Fiori che cominciava a imbrunire. Fissò da lontano la sagoma di Giordano Bruno e con calma percorse quei pochi metri. Sedette alla base della statua e, come faceva da bambino, guardò in alto fino a incontrare lo sguardo di quell’uomo chino nell’ombra del suo cappuccio. Un giorno ormai lontano, seduto nello stesso posto, rivolse a suo padre una domanda: «Chi è questo signore con il mantello? È un amico di Belfagor?». E suo padre rispose: «No Lucio, lo hanno rappresentato in modo un po’ lugubre, ma non ha nulla a che fare con Belfagor. È stato un grande filosofo, un uomo che aveva visto lontano, oltre il suo tempo, ed è stato bruciato qui in Campo de’ Fiori perché non ha voluto rinunciare alla libertà delle sue idee». A quella risposta seguì un lungo silenzio, riempito da un affettuoso gioco di sguardi. Ma negli anni, crescendo, quell’austera figura era diventata per lui il simbolo della libertà. Avrebbe voluto solamente sollevare il capo chino di quell’uomo, poter indirizzare il suo sguardo lontano. Alzò gli occhi ancora una volta, vide il profilo della statua e il cielo di Roma animato da una brezza lieve. Ripensò alla visione di questo grande uomo: l’infinità dell’universo e la presenza in esso di innumerevoli mondi, e per la prima volta, dopo molti giorni, uno spiraglio di luce si fece largo nel groviglio dei suoi pensieri. Un’idea che faceva eco alla spiritualità laica di Fosco, capace di colmare le distanze e placare il suo animo inquieto. Seduto sul gradino della statua con il naso all’insù, Lucio non si accorse di una coppia di turisti giapponesi ferma di fronte a lui, che lo osservava con aria divertita. Non provò alcun disagio nell’incrociare in silenzio il loro sguardo e, mentre rispondeva al sorriso gentile di quei visitatori venuti da lontano, le ultime parole di Fosco si riaffacciarono limpide nella sua mente:

«La rivelazione perenne non ci divide, non ci isola in blocchi, fortezze, fazioni, unisce l’umanità intera nella coscienza dei suoi limiti. Gli dèi, i mille disegni e volti di Dio, sono il segno lasciato da ogni singola civiltà, nel fiume infinito, prodigioso, terribile dell’essere. L’uomo, figlio del mistero, è padre di Dio».

* Il racconto narra di un incontro immaginario con Fosco Maraini, grande orientalista, etnologo, alpinista, scrittore, a cui questo racconto è dedicato. Per essere il più fedeli possibile al suo pensiero, nei dialoghi sono state riprese alcune frasi contenute nell’introduzione (Toscana Tartaria Zipan-gu) del volume: Incontro con l’Asia De Donato Edizioni – Bari 1973.


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No hai paso

Massimo Berlingozzi

Sono passati molti anni da quando, in un freddo mattino di novembre, visitai per la prima volta la “grutas di Rancho Nuevo”, e negli anni il mondo cambia. Se si interroga sull’argomento la sfera di cristallo del terzo millennio, digitando “Rancho Nuevo”, si vedranno comparire una lunga serie di documenti riguardanti un insediamento militare. L’esercito infatti è presente stabilmente in quella zona da quando le attività dell’EZLN, l’Ejército Zapatista de Liberación Nacional guidato dal subcomandante Marcos, sono diventate una seria preoccupazione per il governo messicano. Ma allora Rancho Nuevo era solo una grotta ai margini di un bosco tranquillo e di questo vorrei raccontare.

Chi venisse catapultato in questo luogo, osservando il nastro d’asfalto della panamericana, il paesaggio ordinato e i boschi di conifere, potrebbe pensare di trovarsi sulle Alpi Austriache o in Scandinavia, di certo non immaginerebbe mai di trovarsi in centroamerica. L’ingresso della grotta si trova invece a pochi chilometri da San Cristóbal de Las Casas, in Chiapas. Il tratto attrezzato per i turisti, lungo qualche centinaio di metri, può affascinare chi non ha mai visitato una grotta ma non ha nulla di speciale. Ricordo che alla fine di questo percorso una scritta in vernice rossa avvertiva i visitatori: No hai paso. Peligro! Quel giorno non avrei mai immaginato che poco tempo dopo sarei andato molto più in là di quel cartello.

San Cristóbal de Las Casas è una cittadina del profondo sud messicano, il confine con il Guatemala si trova a un centinaio di chilometri. Capitale culturale dello stato del Chiapas, è meta di turisti e “buen retiro” di artisti e intellettuali messicani, che avevano trovato, in questo luogo e nella sua storia, lo spirito e le radici della cultura indigena centroamericana, molto prima che il subcomandante Marcos portasse queste terre alla ribalta internazionale. I turisti arrivano per vedere il coloratissimo mercato animato dagli indios, ma pochi si spingono, a parte San Juan Chamula e Zinacantán,  nel cuore degli altos a visitare le comunità indigene. Io ci arrivai nell’estate del 1986 dopo un lungo viaggio in macchina da San Francisco, e siccome avevo intenzione di fermarmi per un lungo periodo decisi di prendere in affitto una casa. A cedermela fu uno strano personaggio, un americano conosciuto per caso in un ristorante che viveva là già da diversi anni. Mi disse che voleva tornare negli Stati Uniti per un  po’ di tempo, anche se non sapeva esattamente quanto, e cercava una persona interessata a prenderla in consegna. Non fu facile combinare, pareva diffidente e mi chiese se me la cavavo come falegname. Infine ci accordammo per un periodo minimo di sei mesi e un affitto molto ragionevole in cambio di alcuni lavori di manutenzione. Non potendomi mantenere per il lungo soggiorno previsto, avevo preso contatti con una agenzia locale che mi affidava turisti italiani da accompagnare in giro per il Chiapas. Viaggiatori frettolosi che visitavano il Messico nell’arco di un paio di settimane. Per lo più coppie o piccoli gruppi che potevano permettersi una guida italiana al loro seguito. Lo zoo di Tuxtla, il cañón Sumidero, San Juan Chamula, Zinacantán, Palenque, erano mete obbligate. I più avventurosi li portavo in canoa lungo l’Usumacinta fino al piccolo sito maya di Yaxchilan, oppure, su piccoli aerei normalmente adibiti al trasporto del caffè, a vedere gli affreschi di Bonampak. Alla fine del tour li lasciavo all’aeroporto di Villahermosa  da dove proseguivano per le località di mare dello Yucatán. Non era facile trovare persone simpatiche, ma il lavoro era buono e il compenso dell’agenzia, accresciuto spesso da laute mance, mi permetteva di vivere con agio. I momenti più belli li condividevo con i ragazzi più giovani, quando, vincendo il terrore dei loro genitori, li portavo a nuotare tra le cascate di Agua Azul. Nei loro occhi potevo finalmente vedere quello che avrei voluto cogliere nello sguardo di un ogni viaggiatore: lo stupore e la felicità di trovarsi in un paradiso naturale.

Lasciati i turisti a Villahermosa mi aspettava il lungo viaggio di ritorno in auto verso San Cristóbal. Il Messico, magico e profondo, tornava allora a disvelare tutte le sue forme. La strada in quegli anni, a parte pochi tratti, non era asfaltata e i servizi erano scarsi e poco affidabili. Ma in Messico non servono officine. Improvvisati meccanici, sconosciuti e solidali viaggiatori, mi hanno aiutato a sostituire gomme e a riparare guarnizioni con brandelli di plastica e cartone reperiti ai margini della strada. Ho visto estrarre l’intero motore di un camion servendosi di un albero (abbattuto per l’occasione), grosse catene e le braccia di molte persone. I lavori poi potevano prolungarsi per giorni, come se il tempo non avesse peso. Non è mai stato un problema procurarsi cibo e bevande anche in assenza di strutture dedicate, e se capitava di restare senza benzina la si andava a cercare in giro per le case. Mi sono trovato a contrattare una tanica in una stanza piena di fusti di benzina a fianco di una famigliola riunita per la cena. Poco distante qualcuno, senza curarsene troppo, fumava: una santabarbara perduta nella selva!

Il Messico profondo è anche questo: un insieme di ingegno, follia e creatività, che trova nelle arti e nei mestieri improvvisati con abilità e leggerezza una delle sue espressioni più sconcertanti. Ho letto una storia a riguardo. Pare che André Breton, padre del surrealismo, dovendo trascorrere un lungo soggiorno in quel paese avesse commissionato alcuni mobili per arredare una stanza della sua casa. Trovato il falegname, gli aveva consegnato uno schizzo fatto di suo pugno. Con grande puntualità, alla data prevista, non senza una certa meraviglia, Breton si vide consegnare i mobili. Mobili molto particolari, “in discesa”. L’artigiano infatti li aveva realizzati riproducendo, come in un calco, la prospettiva del disegno. Alla vista di questi mobili Breton avrebbe esclamato: «Messico, il mio paese!».

Al ritorno da uno di questi viaggi venni a sapere dell’arrivo a San Cristóbal di una spedizione di speleologi italiani, giunta in Messico per esplorare la grutas di Rancho Nuevo. Da alcuni mesi infatti si era diffusa la notizia del prosciugamento del sifone che aveva da sempre reso inaccessibile la sua esplorazione sistematica. Le grandi grotte richiedono un approccio organizzato. Si devono trasportare ingenti quantità di materiali e attrezzare, per le calate e le risalite, i grandi salti verticali  (“pozzi”, nel gergo degli speleologi). Nei lunghi anni di attività alpinistica ho spesso incontrato e condiviso esperienze con i “cugini” speleologi, alcuni dei quali godono di doppia identità. Qualcuno dei presenti a San Cristóbal lo conoscevo, altri erano amici di amici. Molti di loro appartenevano al gotha della speleologia italiana. Fu con sorpresa e gratitudine che accettai l’invito a unirmi alla spedizione. Seguirono giorni di preparativi durante i quali potei aggiornare le tecniche speleologiche, ricordi delle mie occasionali esperienze in grotta. Poi l’alternarsi degli ingressi delle varie squadre e, infine, il mio turno.

Si entra.

E’ mattino. Camminiamo veloci sulle passerelle di legno all’ingresso della grotta, la luce ci abbandona presto, la rivedremo solo domani. Le lampade ad acetilene ci fanno strada, procediamo nel buio sempre più fitto. Andrea è il più conosciuto dei miei compagni, perché oltre a essere uno speleologo di fama è anche nipote di Piero Gobetti.

«Quanto potrà essere grande Rancho Nuevo? Quanto sarà profonda?» chiedo.

«Il tratto turistico è solo il velo sottile che ricopre il primo strato della cipolla. Ora affondiamo nella polpa!»

Abbiamo appena superato il sifone che sbarrava l’accesso alla grotta. Sul bordo, per ragioni di sicurezza, sono state depositate alcune bombole. Non posso nemmeno immaginare, in caso di allagamento, di immergermi in quel budello profondo venti metri. Dopo pochi passaggi si trasformerebbe in un tubo di acqua marrone (la definizione che ne davamo allora era un’altra) da superare alla cieca tirandosi su una sagola. La grotta ora diventa molto bella, stalattiti e stalagmiti enormi segnano il percorso. Piccole e straordinarie concrezioni adornano, come un arabesco, i soffitti delle sale. Il bagliore delle lampade frontali mi affascina. Un alone di luce bianchissima e diffusa illumina perfettamente le strutture vicine, più il là si disperde. La magia dell’acetilene comincia con il meccanismo di produzione: una sorta di caffettiera napoletana allacciata in cintura (acqua nella parte superiore, blocchetti di carburo nella parte inferiore) genera il gas che, incanalato in un tubicino, alimenta la fiamma della lampada frontale. Superiamo velocemente i primi brevi salti ma al primo grande pozzo si rallenta. La squadra di cui faccio parte è composta da sei persone e ci si deve calare uno alla volta. Più avanti, uno dei passaggi più belli: un piccolo lago lungo una cinquantina di metri. Seduto sul canottino mi tiro sulla sagola, l’acqua è una lastra lucida, scura. Olio. Scivolo lento. Sul lato opposto mi accoglie un Mickey Mouse alto quanto un bambino di tre anni che un buontempone delle squadre che ci hanno preceduto ha modellato nel  fango. Di nuovo insieme. Chiedo che ore sono. Sono passate più di sei ore dal nostro ingresso, io ne avrei stimate al massimo due. In grotta, gli speleologi lo sanno, il tempo rallenta. L’orologio interno, regolato dalla luce del sole, va in tilt.

In prossimità del grande salto di ottanta metri la “grotta stringe”. Concrezioni bianche rivestono le pareti, soffia molta aria. Sopra le nostre teste pende una stalattite tozza, una sorta di gigantesco velopendulo, sembra di sporgersi dall’interno della gola di un ciclope. Ai miei piedi una pozza di acqua cristallina custodisce, come uno scrigno, piccole perle bianchissime. Per due volte tocco la superficie  dell’acqua per convincermi che c’è. L’attesa si fa lunga. Stanco, accucciato in un angolo, osservo e aspetto il mio turno. Tutto si muove lento. Nel fiume dei ricordi la grotta reale e quella immaginaria si fondono. Compaiono i miei eroi degli abissi: sono il professor Lidenbrock in viaggio verso il centro della terra, Pinocchio dentro al ventre della balena, Sussi e Biribissi nelle fogne di Firenze. Arriva il mio turno. Mi lascio inghiottire dal buio. Come un ragno, appeso a una corda da dieci millimetri, mi calo lentamente nel vuoto. Solo a metà comincio a intravedere le luci dei miei compagni giù in basso. E’ un peccato non poter illuminare l’intero spazio che mi circonda. La voragine nella quale sto scendendo potrebbe contenere comodamente la cupola del Brunelleschi. Raggiungiamo infine il punto previsto: una sorta di campo base avanzato situato in una delle sale più grandi. Massi sparsi sotto una enorme volta circondano il deposito di materiali. Da qui partono le squadre per nuove esplorazioni. «Si è fatto tardi» è una frase che qui ha poco significato. Consultato l’orologio, decidiamo comunque di fermarci e dormire. Obbediamo a questa convenzione astratta, vittime ormai di ritmi circadiani impazziti per le tenebre. Domani ci aspetta la lunga risalita e alla fine la luce del sole.

Dopo qualche giorno entro in grotta per la seconda volta. Questa volta faccio parte di una piccola squadra di tre persone che ha come obiettivo l’esplorazione di un nuovo ramo. Al grande pozzo attraverso in arrampicata la parete sovrastante per spostare l’ancoraggio. Procedo in orizzontale e poi scendo una impegnativa fessura bagnata. Il fango mi cola sulle mani, lungo le braccia, sul viso. Ringrazio me stesso di conoscere tutte le tecniche di incastro possibili. Per un attimo penso ai divi del free climbing volteggiare leggeri nell’azzurro del cielo, mi giro e guardo i miei compagni: gli “speleo”, i “cugini sporchi di fango”. A metà percorso incontriamo la squadra che esce: abbracci, scherzi, visi stanchi, segnati dalla fatica, il tempo di un veloce resoconto. Andrea riprende tutto con la sua cinepresa gialla. Dopo una sosta al campo ripartiamo, un’ora e siamo all’inizio del nuovo settore. La speleologia è esplorazione pura: da questo momento in poi saremo i primi esseri umani a toccare queste rocce. La grotta ci resiste, ci sfida, gioca a nascondino con noi, dissimula le sue forme. Di fronte a noi si aprono strade diverse. Decidiamo di dividerci, esploreremo separatamente un nuovo tratto, tra un’ora ci ritroveremo in questo punto.

Procedo lento, mi guardo intorno con grande attenzione. Pensa se fossi io – il novizio – a trovare il passaggio chiave!  E invece, dopo poco, “la grotta chiude”, non c’è possibilità di continuare. Mi fermo a riposare, ho ancora un po’ di tempo. Voglio provare qualcosa che da tempo ho immaginato. Cerco un masso dove sedermi in modo stabile e spengo la lampada con l’intenzione di sperimentare il buio della grotta. Può sembrare banale  spiegarlo, ma in grotta, anche tenendo gli occhi aperti, il buio è totale. Non è una condizione facile da realizzare negli ambienti dove viviamo. A questo si aggiunge il silenzio completo, nel punto dove mi trovo non soffia aria e non c’é stillicidio d’acqua. Cerco di rimanere immobile e di non respirare. Sono solo, seduto sopra un sasso, 500 metri sottoterra, 7.000 chilometri da casa, i piedi appoggiati su un terreno che prima di me nessun essere umano ha mai toccato.  Ascolto. Lentamente una vibrazione profonda, viscerale, si fa strada. Non è la sensazione che normalmente chiamiamo paura, è una sorta di “terrore ancestrale”, puro, senza coinvolgimento emotivo, completamente istintuale. Qualcosa che appartiene più alla specie che all’individuo. Aumenta, mi scuote dentro. M’impongo di resistere ancora, e qualcosa finalmente affiora alla mia mente. E’ una domanda, semplice e terribile: «io esisto?» Non c’è risposta. La mano fulminea accende l’elettrico. Mi muovo, faccio i primi passi. Senza fermarmi riaccendo la lampada ad acetilene, ormai sto correndo, senza voltarmi, fino a raggiungere i miei compagni.

«Continua la grotta?»  «No, nulla d’interessante.» «Stessa cosa per noi, nulla di  buono.»

«Va bene così, torniamo al campo.»

Ci attende l’ultimo bivacco. Non ho voglia di raccontare quello che ho provato, non ora. Prepariamo il tè, mangiamo qualcosa e, come fanno gli uomini da sempre attorno al fuoco, anche se qui sono solo deboli fiammelle, parliamo. Parliamo di grotte, di montagne, di viaggi passati e futuri e Massimo ci racconta dei pinguini del Polo Sud. Chiuso nel sacco da bivacco, nella luce fioca delle lampade che vanno spegnendosi, penso a casa. Sono il solito disgraziato, sono quasi due mesi che non do mie notizie.  Domani prenderò carta e penna e scriverò una lettera: 

«Cara mamma oggi ho arrampicato dentro al ventre della balena, insieme ai cugini sporchi di fango …»


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Questo è un gioco!

Massimo Berlingozzi

Da diversi anni ormai andiamo a “giocare” in Sardegna.  Gli anni passano, i figli crescono, il lavoro succhia ore che è una meraviglia, il Supramonte  è un parco giochi relativamente vicino.  Il suo gioco più conosciuto si chiama: “esplorazione”,  ma pare che un oscuro male lo affligga  minando le sue basi di senso.  Ci è giunta voce infatti che l’etimologia del verbo “esplorare” è ignota. Non sopportiamo l’idea che un luogo, seppure un luogo della mente, sfugga ad una adeguata mappatura, ci sia dunque concesso di partire per tentare  l’esplorazione dell’esplorazione.

Se l’etimologia rimane incerta credo che possiamo convenire su che cosa ha rappresentato l’idea di  esplorazione, almeno nel mondo occidentale: partire da un luogo noto e percorrere porzioni ignote di territorio con lo scopo di conoscerle, descriverle, mapparle. Alcuni di questi luoghi rimasero “esotici” anche dopo la loro esplorazione, altri vennero colonizzati dall’uomo occidentale, stanziale ed etnocentrico, e trasformati in un “nuovo centro” da dove partire per altre esplorazioni. Ultima osservazione: questa ricerca raramente è stata casuale, l’esplorazione era quasi sempre legata a una meta, un fine, una cima, una terra promessa, una nuova frontiera.

Per il nomade, essere “a-centrico” per definizione,  il concetto di esplorazione non ha mai avuto senso, così come non hanno senso le nostre mappe. Egli incarna da millenni “l’etica del viandante” che il filosofo Galimberti descrive come uno scenario: “dove il paesaggio stesso è la meta… in cui si annuncia una libertà diversa, non più quella del sovrano che domina il suo regno, ma quella del viandante che al limite non domina neppure la sua via”.  Il nomade abita quindi  un “non luogo”.  La vicinanza (solo nel suono)  di questa definizione con l’attualissimo “no logo” della Klein, invita ad osare,  perché non tentare un accostamento? A volte le assonanze…

Può esserci una relazione tra la provocazione nata sulle pagine di questa rivista: rinunciare a carte e mappe e addirittura a nominare i luoghi dell’esplorazione (cime, vie, sentieri) e il libro della Klein che da voce alla protesta e al boicottaggio dilagante nei confronti dello strapotere dei marchi delle aziende multinazionali?  L’analogia possibile è quella legata al potere di nominare, assegnare nomi, che poi non sono altro che i “segni” che costruiscono le nostre mappe.  Da qui non si può tornare indietro, come giustamente qualcuno ha notato sulle pagine di questa rivista.  Indietro c’è la Macondo di Márquez, ve le ricordate le bellissime parole all’inizio di Cent’anni di solitudine?  “El mundo era tan reciente, que muchas cosas carecían de nombre…”, dove le cose non avevano ancora un nome per cui bisognava indicarle con un dito. Parole perfette per descrivere il mondo indistinto e vago dei “simboli”,  tutto questo fortunatamente abita dentro di noi, ma si esprime insieme a qualcosa di molto più preciso, il modo dei “segni”, fondamenta di alcuni dei pilastri del pensiero occidentale: il principio di non contraddizione, la possibilità di distinzione, chiarezza e astrazione, indispensabile al pensiero moderno. È possibile rinunciare a tutto questo? Trasformarsi in luddisti della toponomastica, anche se solamente nel nostro piccolo regno? Non credo che sia questa la strada, ma la provocazione lanciata è fertile vediamo perché.

Analizzando l’esplorazione dei luoghi non si può non riconoscere una toponomastica del dominio, che nominava i luoghi con il marchio delle bandiere nazionali e i nomi dei generali e una più spontanea e giocosa che spesso descrive il mondo rurale nei quattro angoli del globo. E  questo vale anche per il nostro piccolo universo. Un esempio? Sulla parete nord ovest di Punta Cusidore  corrono vicine due vie, una si chiama: “Via legione reale truppe leggere” aperta nel 1973 da un gruppo di finanzieri, l’altra è: “Superpibiri” di Enzo Lecis.  Quanti metri le separano?  80.  Quanti anni? 20. Quanta “visione del mondo”?

E allora perché non pensare al “non luogo” come a L’isola che non c’è?  Si proprio quella di Peter Pan  (prendiamo tutto, sindrome compresa ovviamente),  ma prima è necessario pronunciare la parola magica: “questo è un gioco”.  La mia attività professionale mi ha portato spesso a incrociare il pensiero di Gregory Bateson. Bateson, pensatore libero e originale, e padre di studi fondamentali nell’ambito della comunicazione, assegnava grande importanza al messaggio: “questo è un gioco”. Egli stesso si definiva incapace di definire con precisione la natura di un gioco, ma era altresì convinto  che non si può  ordinare a qualcuno di giocare – pena la fine del gioco – e che il messaggio “questo è un gioco” è capace invece di dispiegare grandi spazi di libertà mettendoci in relazione con le cose a un altro livello.

Certo, a chi tra i lettori di queste righe si sente vero esploratore e può giustamente aspirare a un posto nel loro Olimpo, le mie parole possono far storcere il naso e configurare il reato di  lesa maestà.  Ma per tutti noi – guardiamoci in faccia – che amiamo ficcarci in qualche canalone perduto, per simpatia con il nostro cervello, e sgrufolare liberi nell’impenetrabile jungla del Supramonte, perché  più vicino alla vita  che ci piacerebbe vivere, ve lo immaginate chiedere l’adesione a quel club esclusivo? Mr. Livingstone, io ho fatto la prima salita integrale di Saccu sa’ femmina!

E allora? E allora questo è un gioco, così funziona tutto meglio!  Dichiarando che questo è un gioco decidiamo di spostare il punto di osservazione, siamo in un’altra dimensione, tutto può essere visto come una grande metafora e ce lo stiamo comunicando. Ma non tutti giochiamo allo stesso gioco. Ho amici tranquilli e forse più saggi, che non amano muoversi, spostarsi, rischiare, faticare, noi apparteniamo al club degli irrequieti, il nostro bisogno di azione è il riflesso di qualche cosa che è dentro, li è la nostra ricerca, questo è il nostro gioco. Chi lo fa non è migliore degli altri, come tutti corre dei rischi, può non approdare a nulla, ma ha una grande opportunità: lasciarsi contaminare.  Recuperare in questo modo lo stupore infantile, lo sguardo libero del bambino che può ancora imparare. E se il cambiamento è dentro, se il più profondo dei cambiamenti è riuscire a guardare le stesse cose con occhi diversi, allora, forse, non sono nemmeno irraggiungibili le parole di Tomas Eliot citate dall’amico Giovanni Cenacchi, nelle quali evidentemente ci eravamo imbattuti entrambi: “Continueremo ad esplorare, e alla fine delle nostre    esplorazioni ci troveremo al punto da  cui  siamo partiti e conosceremo il posto per   la prima volta”.


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Metafore dell’organizzazione

Massimo Berlingozzi

“Sono fatti così non puoi farci nulla!”. Così dicevano i nostri vecchi, con un tono di bonario ammonimento. Forse un giorno scopriranno il “gene deviante” della metafora e allora sarà tutto più chiaro.  Un piccolo prelievo di sangue e capirai  finalmente perché non hai mai guardato il mondo in maniera lineare ma sempre da fuori e un  po’ di traverso.

Esiste una pratica più finalistica dell’alpinismo? Tutti gli sforzi si concentrano in un punto, dove terminano tutte le linee: la vetta.  Un punto.  Prima scientifico,  poi geografico, nazionalistico, sportivo, interiore, ma sempre un punto. Fino a che, dopo 150 anni di conquiste, qualcosa cambia.  Musica nuova. Sulle ali della beat generation, prima negli States, poi in Francia, dilaga un nuovo modo di guardare l’alpinismo. Stanchi di retorica, eroismo e sofferenza, si cerca di trasformare tutto in un grande gioco mettendo al centro l’esperienza dell’arrampicata. In Italia sarà “nuovo mattino”, il sassismo, la Val di Mello. Metà anni settanta: i nostri vent’anni.

L’alpinismo “liberato” dal suo fine ultimo, la vetta, può diventare un mezzo fine a sé stesso, uno strumento, un veicolo di comunicazione. Eterogenesi dei fini, è sempre accaduto, noi lo abbiamo sempre fatto. Eretici per natura, trasgressivi per vocazione, non abbiamo mai usato lo strumento in modo appropriato, le pareti le abbiamo salite anche noi certo, ma quasi mai in silenzio, e ogni nuova esperienza si trasformava in un forum di discussione.

È possibile trasportare tutto questo al di fuori del nostro piccolo mondo? È possibile trasformare quest’attività in qualche cosa di socialmente utile? Perché non proviamo a inventarci un lavoro vero, altrimenti saremo costretti ad organizzare corsi roccia a vita.

Di li a poco – Bologna primi anni ottanta – abbiamo lanciato l’idea dell’arrampicata come “terapia” nel recupero della devianza minorile.  Gli ingredienti di successo furono la suggestione dell’ambiente, le forti emozioni, e la singolare relazione educativa con adulti che proponevano attività generalmente evitate perché pericolose. Il passo verso le aziende non è stato poi così lungo. L’alpinismo come metafora entra nel mondo dell’organizzazione con i suoi potenti e “verticali” riferimenti simbolici di sempre, e con nuove storie alla ricerca di “cenge” e “altopiani”: spazi “orizzontali” capaci di generare momenti di forte integrazione  e un rinnovato spirito di gruppo.

Molti anni fa ormai, durante un progetto sul recupero della devianza minorile nel quartiere San Donato a Bologna, venne girato un film. Non scorderò mai il titolo che i ragazzi decisero di dare a quella simpatica pellicola artigianale: “L’esperienza eccessiva”.

Ah, se mai lo sapesse il top manager che sto seguendo da vicino, mentre fatica in jumar su per la corda, che tutto è cominciato lavorando insieme ad un gruppo di  “piccoli delinquenti”!


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“La potenza è nulla senza controllo”

Un ritratto di Manolo

Massimo Berlingozzi

Il giovane climber superò il tetto di slancio con  movimenti rapidi e decisi. Ottima dimostrazione di forza esplosiva. Fuori dagli strapiombi trovò una placca verticale, dal basso non sembrava durissima ma sicuramente molto tecnica: una successione di movimenti delicati, di grande equilibrio. Lo vedemmo indugiare, cambiare più volte appoggi, spostare affannosamente le mani. L’acido lattico corrose ben presto i suoi grossi bicipiti e, di li a poco, volò urlando rabbiosamente: “ma che cazzo di via è questa!”.  Manolo, che aveva osservato tutto con grande attenzione, replicò: “la potenza è nulla senza controllo ragazzo!” No, non ho mai assistito a questa scena, e tanto meno mi è noto se Manolo abbia mai utilizzato in questo senso lo slogan pubblicitario della Pirelli , ma è come se tutto questo fosse avvenuto.

Era il 1985 o forse il 1986 quando incontrammo per la prima volta Manolo, alle Pale vicino a Foligno. Eravamo tutti più giovani, ci muovevamo spesso in branco, avevamo i nostri miti. C’erano Edlinger e Bérhault in Francia, Ron Fawcett e Pete Livesey in Inghilterra, Wolfgang Gullich in Germania, Kauk e Bachar negli States. In Italia avevamo Manolo. Cosa sapevamo con precisione di questi personaggi al di fuori delle loro gesta arrampicatorie? Poco o nulla, perfettamente nel solco del mito. So che è difficile immaginarlo oggi, non è passato poi così tanto tempo, ma in quegli anni il nostro era un mondo ancora chiuso che faticava a produrre informazioni e immagini (il primo numero di Alp è di maggio dell’85), l’arrampicata non era ancora propriamente uno sport (la prima gara, Bardonecchia, è di luglio 85), e di plastica in giro ce n’era  poca.

Ma torniamo alle Pale. Manolo comparve improvvisamente dal nulla. Per chi non lo vide subito la sua presenza fu annunciata da un insolito brusio, un bisbigliare a coppie che sapeva più di sagrestia che di chiassosa e scanzonata falesia d’arrampicata.

Non c’è mito senza simboli, gesti, ritualità. Manolo infilò con calma le ballerine, praticò alcuni esercizi di stretching e qualche movimento per  riscaldare i muscoli. Terminata la preparazione si avvicinò alla parete con aristocratica trascuratezza, lanciò un’occhiata breve ma precisa alla roccia e si accinse a salire la placca di 7a sovrastante. Il resto è cronaca ordinaria di una divinità delle rocce e tanti nasini ammirati all’insù.

Pensare all’arrampicata di Manolo è pensare alla leggerezza, all’eleganza, al dominio costante della qualità e dell’intelligenza del gesto sulla forza bruta. Di tutto questo il nostro eroe ne era perfettamente cosciente come dimostra un’interessante intervista di quegli anni con Andrea Gobetti, che rimase particolarmente impressionato dalla definizione di “intelligenza motoria” che Manolo applicava all’analisi del suo gesto. L’intelligenza motoria è consapevolezza di sé e del proprio movimento in relazione allo spazio circostante.  La chinesiologia c’informa su come il nostro corpo sia perfettamente progettato per sfruttare nel movimento la complicità della forza di gravità, anche quando questa apparentemente ci è ostile, ma in mezzo a pareti e strapiombi tutto questo diventa enormemente difficile.  Manolo appartiene a quelle rare creature, quasi un salto evolutivo, che sembrano aver sviluppato una qualità dell’intelligenza particolare, in grado d’intercettare quei piccolissimi aiuti che tra i labirinti verticali la forza di gravità appare disposta a concederci

L’arrampicata è poca cosa, lo sappiamo tutti, ma per alcuni di noi è stata e rimane una suggestiva e fertile metafora della realtà. Siamo circondati da tanta brutalità, lo sguardo sul futuro appare miope,  il pianeta è malato per il predominio di logiche quantitative su qualunque forma di qualità immaginata. I simboli hanno bisogno di nuova linfa per sopravvivere, anche per questo amiamo ripensare al gesto elegante e leggero di Manolo, che ci ricorda, come in una fiaba, il possibile ritorno del regno della qualità  alla guida della nostra visione del mondo.

 

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