Il ruolo dell’Outdoor Training nelle strategie di formazione aziendale

Massimo Berlingozzi  – pubblicato su Harvard Business Review Italia  – luglio 2020

La dimensione teorica e astratta del sapere è un’esperienza comune a molti di noi, l’abbiamo vissuta tra i banchi di scuola e nelle aule universitarie, sappiamo che richiede tempo e un impegno serio e costante ma alla fine il traguardo è raggiungibile. Chi si occupa di formazione però ha sperimentato anche una dimensione diversa del processo di conoscenza, una condizione che passa attraverso la disponibilità a mettersi in gioco e a rielaborare la propria esperienza, condizione che diviene essenziale quando l’obiettivo dell’intervento formativo è legato a una richiesta di cambiamento. La resistenza al cambiamento è un fenomeno noto, non è mai facile riuscire a superare timori, chiusure e resistenze, l’obiettivo della strategia formativa in questi casi è cercare di costruire le migliori premesse affinché questo possa accadere, e tutta la nostra esperienza ci ha insegnato che le metodologie di apprendimento che partono dall’azione e dalle emozioni rappresentano la migliore opportunità in questo senso.

“Esci al largo, fuori dalle acque sicure ma stagnanti del porto”, era il motto della prima scuola ufficiale di outdoor training nata nel 1941 in Galles. L’esplorazione, la scoperta, il rischio, il confronto con la natura selvaggia, erano gli ingredienti forti di un programma che ricercava in queste sfide le leve per formare il carattere, liberare potenzialità latenti e accrescere la fiducia in sé stessi e nei compagni. Da allora i metodi si sono raffinati ed evoluti attraverso nuove idee e il contributo di altre discipline. Le metafore si sono ampliate, l’outdoor training non è più solo avventura nell’ambiente, a volte è una sfida sul piano dell’intelligenza, della creatività applicata ai comportamenti organizzativi, ma l’idea di fondo che anima questa disciplina non è mutata. Lo spirito “esplorativo” che risuona nel motto originario rimane un’inalterata fonte d’ispirazione: le persone imparano più rapidamente quando vengono coinvolte emotivamente sul terreno concreto dell’azione, l’efficacia dell’apprendimento aumenta quanto più si riduce la distanza tra il pensiero e l’esperienza vissuta “sulla propria pelle”.

 

Progettare un intervento di Outdoor Training

La facilità con cui si riescono a creare attività suggestive e coinvolgenti potrebbe tuttavia indurre a sottovalutare le difficoltà che spesso s’incontrano nel passare da un’attività a elevato impatto emotivo alla fase più “fredda” del debriefing. Il primo elemento importante quindi è la scelta della tipologia di outdoor che più si adatta agli obiettivi dell’azienda committente. Valutare il significato profondo della metafora e la sua funzione di “approccio divergente” è molto importante. L’obiettivo è trovare il giusto equilibrio tra la componente destrutturata dell’attività, che deve riuscire a liberare risorse molto spesso totalmente inespresse nella normale routine lavorativa, e la possibilità di individuare analogie con la vita organizzativa, aspetto fondamentale per l’attività di osservazione e auto-osservazione che verrà elaborata durante l’attività di debriefing.

Abbandonare quindi i tradizionali ambiti della formazione, uscire dall’aula per “abitare un luogo” intenzionalmente decontestualizzato, impegnandosi nell’acquisizione di nuove abilità e nella risoluzione di problemi concreti attraverso il coinvolgimento reale di tutti, è indubbiamente una grande opportunità, ma dev’essere gestita in modo attento e consapevole. In sintesi: è abbastanza facile costruire attività coinvolgenti e suggestive, più difficile è riuscire a mettere in relazione questa esperienza, di forte impatto emotivo, con i temi d’interesse aziendale. Questa fase richiede da parte del trainer grande flessibilità, ma anche molta attenzione e sensibilità, per non rischiare letture che potrebbero essere percepite come manipolative e strumentali.

 

Il ruolo del Trainer

 A questo punto è giusto chiedersi quali sono le caratteristiche ideali di un trainer nella formazione Outdoor? Guida, specialista, consulente, insegnante, osservatore, animatore, motivatore, facilitatore, presenza attiva ma mai “ingombrante”, confuso nel gruppo durante l’attività e per questa ragione spesso percepito come un compagno più esperto. In ognuna delle figure elencate è possibile individuare il riflesso di un ruolo poliedrico che richiede evidentemente una elevata dose di flessibilità e che comunque deve saper agire capacità e competenze molto diverse durante la fase di “azione” rispetto alla conduzione del debriefing. Sintesi che a volte è possibile ottenere solo attraverso una adeguata composizione dello staff a guida dell’evento.

La figura del facilitatore è comunque quella che più si adatta al ruolo che un buon trainer dovrebbe saper ricoprire nel corso di un outdoor. Il facilitatore stimola, affianca, incoraggia, consapevole di agire in un contesto che favorisce i processi di cambiamento. Privilegia le domande alle risposte al fine di stimolare il processo di analisi e di esplorazione di un problema. Il facilitatore mette al centro la persona, la rete di relazioni, il gruppo, sostenuto dall’idea che non si debba aggiungere nulla, ma solo aiutare a far emergere ciò che è già presente all’interno di questo sistema.

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