Etica della Comunicazione

Massimo Berlingozzi
Pubblicato su: Leadership & Management Magazine  – dicembre 2017
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Compito dell’etica è interrogarsi riguardo al senso del nostro agire, e nell’era della comunicazione appare quanto mai importante interrogarsi intorno al senso del nostro agire comunicativo. Sono molti gli spunti da cui potremmo partire, ne scegliamo uno particolare, si tratta di un’affermazione di Philip K. Dick, noto autore di fantascienza: La realtà è solo un punto di vista, e lo strumento più potente per manipolarla è il controllo delle parole”, leggendo questa frase infatti è difficile non pensare al tema più importante che emerge da una riflessione sull’etica della comunicazione: la responsabilità. L’argomento è molto vasto, ma già da una prima ricerca è possibile cogliere una distinzione che diverse fonti sembrano tracciare fra la comunicazione che riguarda il mondo dei media: giornali, televisione, internet, pubblicità, e la comunicazione interpersonale. In realtà questa distinzione, che poteva avere senso fino a qualche anno fa, appare oggi quanto mai sfumata. L’avvento di internet (e in particolare quello dei Social Media) infatti ha mutato radicalmente il quadro della situazione. Oggi chiunque può facilmente pubblicare in rete opinioni, articoli, immagini, filmati, contenuti che ormai hanno superato il confine del “dilettantismo amatoriale”, prova ne è il fatto che sempre più spesso media tradizionali come TV e giornali rilanciano e amplificano queste fonti, che in alcuni casi possono arrivare anche sulle pagine di quotidiani di grande diffusione. Ma è accaduto qualcosa di ancor più significativo, che investe direttamente la dimensione della comunicazione interpersonale: le parole, che un tempo venivano scambiate nei salotti, nei caffè o agli angoli delle strade, si sono trasferite in larga misura sul web. E queste parole, sempre più diffusamente, alimentano monologhi più che dialoghi, racconti e presentazioni di sé che cominciano a essere definiti oggi, con maggiore e più lucida consapevolezza, “personal branding”. Nessun intento di demonizzare, beninteso, ma solo di analizzare un fenomeno che è indispensabile comprendere parlando di etica della comunicazione. Certo appaiono profetiche le parole di Andy Warhol che più di cinquant’anni fa aveva dichiarato: “Nel futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti”. Una cosa è certa, per comprendere quello che accade dobbiamo guardare alla comunicazione come a un fenomeno estremamente dinamico, ognuno di noi è coinvolto in un sistema complesso. La nozione di sistema impone di mutare la nostra percezione, la persona non può più definirsi “soggetto passivo”, mero “ricevente” di informazioni, noi siamo “attori”, influenzati dal contesto e nello stesso tempo potenzialmente capaci di influenzare il sistema.

 

Internet e la Netiquette

E’ interessante notare che la comunicazione in rete, fin dalle sue origini, ha sentito il bisogno di creare dei principi di buon comportamento definiti: “netiquette”, neologismo nato dalla fusione della parola inglese network con il termine francese étiquette. Quella approvata dalla Registration Authority Italiana è un insieme di regole e norme in larga parte orientati alla buona educazione e al buon senso, in alcune affermazioni tuttavia s’intravede il tentativo di definire un’etica della comunicazione in rete ispirandosi a valori comuni. Leggendo i vari punti non è difficile cogliere un invito alla riflessione che dovrebbe precedere qualunque intervento, il rispetto della privacy, l’importanza di essere chiari, accurati e precisi, oltre a specifiche indicazioni che dovrebbero guidare la gestione delle relazioni: il concetto di reciprocità, l’ascolto, la capacita di mediazione, per evitare guerre di opinione e atteggiamenti da “tifosi” divisi in opposte fazioni all’interno delle discussioni.

Sulle spalle dei giganti

Karl Otto Apel è considerato il padre degli studi sull’etica della comunicazione, il filosofo tedesco fonda la sua ricerca sulla necessità di costruire un’etica razionale universale. Il pensiero dell’uomo, afferma Apel, non può che essere mediato attraverso segni, per cui è essenziale condividere una lingua con altri uomini. Al pensiero è sempre connessa una pretesa intersoggettiva di senso: nessuno può usare un linguaggio e fare esperienza senza sottostare alle regole sociali della comunicazione. E’ necessaria quindi una teoria dei segni del linguaggio che sia la condizione iniziale e universale di ogni approccio alla realtà. La proposta di Apel assume a questo punto una precisa connotazione etica, poiché cerca di superare impedimenti legati a fattori psicologici, ideologici e sociali attraverso la costruzione di strumenti condivisi. Apel ritiene che ogni argomentazione implichi un insieme minimo di regole che identifica in quattro principi fondamentali, condivisi è già enunciati anche da Habermas:

  1. Una pretesa di senso (o comprensibilità): ogni persona nell’argomentare è obbligata a dare un significato che sia comprensibile tra i soggetti comunicanti
  2. Una pretesa di verità: un corretto rapporto semantico tra ciò che si afferma e la realtà
  3. Una pretesa di veridicità (o sincerità): chiunque argomenta in modo serio accetta di essere persuaso di ciò che dice
  4. Una pretesa di giustezza (o correttezza normativa): ogni persona che argomenta è tenuta a rispettare le norme della comunità, gruppo o contesto nel quale si trova

Aggiunge a queste regole il fatto che in una situazione ideale di comunicazione (rapporto di pariteticità con uguali diritti e doveri) dovrebbe essere sempre possibile arrivare a un accordo sul senso e sulla validità degli enunciati. Apel ritiene che queste regole, insieme alla norma etica fondamentale che richiama all’importanza di risolvere i possibili conflitti attraverso un confronto di tipo dialogico, permettano di costruire un’etica della comunicazione che sia razionale e universale. Un’etica che dovrebbe appartenere a una ideale società democratica composta da individui liberi e uguali, capaci di accordarsi tra loro in modo pacifico e razionale. Appare chiaro tuttavia che l’etica fondata su questi princìpi ha un carattere meramente formale, non entra nel merito dei contenuti e delle idee, si limita a identificare le condizioni formali necessarie per realizzare in modo pacifico, equilibrato e razionale la comunicazione.

Volendo attingere a una visione più ampia, attenta a individuare risvolti pragmatici legati ai comportamenti reali degli esseri umani e quindi, per definizione, anche alle componenti emotive che influenzano l’interazione comunicativa, si rivela particolarmente interessante il lavoro di due importanti autori che, da prospettive molto diverse, hanno dato un fondamentale contributo in questa direzione: Paul Watzlawick e Marshall McLuhan.

Paul Watzlawick nel libro “Pragmatica della comunicazione umana” traccia alcuni fondamentali concetti, definiti assiomi, alla base dell’interazione comunicativa. Il primo assioma afferma: “l’impossibilità di non-comunicare”, nella visione sistemica della comunicazione infatti qualunque comportamento, anche il silenzio, assume valore di comunicazione e quindi risulta impossibile non-comunicare. Le implicazioni etiche di questo assioma sono evidenti: ognuno di noi è chiamato ad essere maggiormente responsabile del proprio agire comunicativo dal momento che qualsiasi nostra parola, azione o comportamento sarà valutato come atto comunicativo. L’etica della responsabilità è fortemente presente nel pensiero di Watzlawick, il suo orientamento costruttivista esclude infatti l’idea di una visione “oggettiva” della realtà, che viene invece “costruita” attraverso il linguaggio e l’interazione comunicativa.

Tra i tanti contributi del sociologo canadese Marshall McLuhan è rimasta particolarmente famosa la frase: “il medium è il messaggio”, secondo la quale il vero messaggio di un mezzo di comunicazione consiste nel cambiamento di filtro che impone alla nostra percezione della realtà, mutando gli schemi, i tempi e gli spazi delle relazioni tra le persone. I “fatti” accadevano anche prima dell’invenzione del telegrafo, afferma McLuhan, ma il telegrafo li trasforma in “notizie” e li fa viaggiare a velocità prima inimmaginabili. Questo esempio rappresenta solo l’inizio, ma il mondo aveva già cominciato a comprimersi in quell’idea di “villaggio globale” che ha radicalmente trasformato il nostro modo di osservare la realtà che ci circonda. Oggi ognuno di noi ha la possibilità, attraverso differenti strumenti di comunicazione, di trasformare un fatto in “notizia”, ognuno di noi ha la possibilità quindi di costruire e immettere in rete una propria rappresentazione della realtà che andrà a influenzare i pensieri e le opinioni di altri. Se teniamo conto che, anche nella più limpida buona fede, il nostro sguardo non è mai neutro, le implicazioni etiche appaiono molto chiare: la conoscenza e la consapevolezza dei mezzi e dei linguaggi che utilizziamo è fondamentale. Su questo il pensiero di McLuhan è quanto mai chiaro: “La reazione convenzionale a tutti i media, secondo la quale ciò che conta è il modo in cui vengono usati, è l’opaca posizione dell’idiota tecnologico”

 

Parole chiave e linee guida

L’idea di responsabilità: deriva dalla consapevolezza della complessità del processo di comunicazione. Abbandonata la visione statica o meramente informativa, la visione sistemica dell’interazione comunicativa vede il soggetto all’interno di un modello circolare e ricorsivo caratterizzato da un vincolo d’interdipendenza: il nostro agire comunicativo influenza e dipende dall’agire comunicativo dell’altro. Ogni tentativo di eludere questo livello di complessità porta a visioni riduttive e parziali di quanto avviene nell’interazione, impedendo, ancor prima di un atteggiamento etico, un approccio responsabile alla comunicazione.

L’importanza dell’aspetto informativo: definire un obiettivo informativo, perseguirlo con linearità e chiarezza attraverso una precisa struttura argomentativa, attuare un controllo terminologico capace di contenere possibili errori e incomprensioni, costituiscono un insieme di elementi di grande importanza (indipendentemente dalle capacità individuali) per un approccio etico alla gestione dei flussi informativi.

Il valore dell’ascolto: molto si è detto sull’ascolto come “gesto” di attenzione e disponibilità nei confronti dell’altro, oltre alla sua importanza per una piena comprensione di quanto comunicato. Interrogandosi sui risvolti etici dell’ascolto è importante andare oltre una dimensione “formale”, quella osservabile dall’esterno, per esplorare una dimensione “interna”. L’ascolto diviene allora un esercizio capace di tracciare una distinzione tra comprendere e condividere, caratterizzato da un atteggiamento orientato a cercare di comprendere il “mondo dell’altro”. Ogni comportamento, infatti, visto dalla parte di chi lo produce ha un senso.

La dimensione relazionale: la comunicazione è un processo di relazione. La consapevolezza dell’importanza e del valore della relazione è una premessa indispensabile per un approccio sistemico alla comunicazione, orientato a valorizzare la dimensione intersoggettiva della “costruzione di senso”. Ma ciò che accade nella relazione è poco conosciuto, lo studio della “Pragmatica della Comunicazione” ci insegna che non è possibile parlare di responsabilità e di un approccio etico alla comunicazione in assenza di un’adeguata competenza e consapevolezza riguardo alla dinamica relazionale.

L’idea negoziale: accettare la complessità della comunicazione apre inevitabilmente alla possibilità di dover affrontare e risolvere conflitti. La negoziazione è l’unico meccanismo di coordinamento del confronto sociale capace di risolvere i conflitti creando valore, un “metodo” che la civiltà ha inventato per cercare di sostituire lo scontro fisico con le parole. Ma se vogliamo che questo avvenga è necessario condividere alcune regole e la principale è: il reciproco riconoscimento degli individui o dei gruppi coinvolti nel confronto negoziale, ciascuno dei quali è chiamato a rispettare la rappresentazione che l’altro fornisce della propria identità. In sintesi, si può non essere d’accordo con l’altro, è possibile non condividerne il pensiero e le idee, ma non possiamo mai negare all’altro il diritto di esprimersi e rappresentarsi per quello che pensa di sé.

La libertà individuale: non esiste idea di libertà che prescinda da un vincolo, da un sistema di relazioni a cui siamo in qualche modo legati.  Si è sempre liberi “rispetto a qualcosa” e non si è mai liberi rispetto a ciò che non si conosce. Il rischio quindi che l’etica della comunicazione venga vista come un insieme statico di norme, riguarda solo chi non abbia ancora compreso la natura complessa della comunicazione. Un approccio etico alla comunicazione può invece convivere con la massima libertà di espressione individuale, affinché questo sia possibile è però necessaria una profonda riflessione su questi temi che conduca a una maggiore competenza e consapevolezza.

 

 

 

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